E se il caldo ci chiedesse di rallentare? Abitare il vuoto senza dover fare di più

C’è un’aspettativa, sottile ma invadente, che accompagna l’estate: l’obbligo del movimento, del fare esperienza a tutti i costi.
In estate, le bacheche dei social si riempiono di immagini di luoghi da sogno, corpi perfetti, compagnie ineguagliabili, come fossero vetrine di pacchetti vacanze, come se dovessero convincere chi le guarda che la vita di quella persona è perfetta. E lo è perché sta vivendo un’estate indimenticabile.
Sappiamo bene che spesso non è così, che dietro quei sorrisi da copertina ci sono malesseri e malumori e che quei personaggi ostentati sono umani come noi, ma è come se nello scorrere delle immagini e dei reel, interiorizzassimo un mandato preciso: per essere come gli altri, dobbiamo godercela, dobbiamo riempire ogni ora per fare esperienze nuove, essere dinamici, felici e performanti.
E poi mostrarlo al mondo.

In queste settimane però il caldo torrido ci porta a essere stanchissimi già alle due del pomeriggio e a non desiderare altro che un po’ di riposo, qualche dormita in più, rintanarci al fresco di una pineta o di casa nostra.
Ed è lì che per alcuni, tra il ritmo frenetico che si cerca di mantenere e la spossatezza reale con cui bisogna fare i conti, si insinua una sensazione tanto familiare quanto scomoda: il senso di colpa.
Quel sentirsi sbagliati, pigri, irritabili. Quella sensazione di rimanere indietro rispetto a un ideale immaginato che ci fa chiedere perché gli altri siano così energici mentre noi vorremmo solo chiudere le persiane e fermare il tempo.

Ascoltare il corpo

Da un punto di vista psicofisiologico, quello che sperimentiamo in estate non è pigrizia, ma una risposta di adattamento del nostro sistema perfettamente sana.
Con l’aumentare delle temperature, il sistema nervoso attiva meccanismi di risparmio energetico per proteggere l’organismo dal surriscaldamento: la pressione si abbassa, la concentrazione cala, i movimenti si fanno più lenti.
Se siamo in ascolto di quanto accade dentro di noi, ci arriva un messaggio chiaro: “Risparmia le forze, entra in modalità conservazione”.
E fin qui non ci sarebbe nulla di male. Il problema nasce quando la mente, condizionata dall’ansia di prestazione o dal timore di perdersi qualcosa e rimanere indietro, rifiuta di ascoltare il corpo. Allora pretendiamo di mantenere gli stessi ritmi e di riempire le giornate di impegni, proprio mentre la nostra biologia ci sta chiedendo di fare il contrario.
Questo corto circuito tra ciò che dovremmo fare e ciò che il nostro corpo può fare, può creare uno stato di frustrazione e una lotta interna che ci fa sentire inadeguati, non all’altezza degli standard.

Dalla prestazione alla presenza

Rallentare non significa sprecare il tempo, ma abitarlo in modo diverso. Significa restituire al riposo la sua dignità, senza doverlo giustificare o mascherare.
Si tratta di passare dalla gara a chi accumula più ricordi da mostrare, alla fiducia nell’ascolto dei tempi naturali del nostro organismo e della natura in generale.
Forse il caldo non è un ostacolo da superare, ma un invito garbato che la natura ci rivolge: fermarci, ascoltare, imparare a stare nel vuoto.

Se in questi giorni senti che ti manca energia, prova a non forzarti eccessivamente e a non strafare. Chiediti come è possibile per te stare in quel tempo sospeso, in quel vuoto che non chiede di fare o di andare, ma semplicemente di essere.

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L'ansia di voler prevedere tutto (e come imparare a stare nel non-sapere) 

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Le estati dell’adolescenza: tra bisogno di libertà e necessità di confini