Dal dolore alla rinascita: e se la sofferenza fosse un terreno fertile?

Quando stiamo male, la nostra prima reazione è quasi sempre la stessa: stringiamo i denti e ci concentriamo su come resistere, tollerare e sostenere quel peso.

È un meccanismo di difesa molto comune, ma porta con sé un effetto collaterale: chiude lo sguardo. 
Diventiamo temporaneamente ciechi rispetto a ciò che c'è "oltre" quel malessere, sia nel tempo, sia nel nostro stesso sentire.
In quei momenti, provare a farsi domande diverse può cambiare tutto:
Dove mi può portare questo dolore?
Quali qualità può far emergere in me che prima non vedevo?
In che modo questa mappa dolorosa può aiutarmi a scegliere la strada migliore per me?

Il potenziale creativo della ferita

Nel dolore c’è un potenziale creativo enorme. Non è un caso che la storia dell'arte sia piena di pittori, poeti e musicisti che hanno imparato a comporre, dipingere ed esprimere il proprio mondo interiore proprio a partire dalle loro ferite più profonde. 
L'arte non cancella il dolore, lo trasforma, gli dà una forma.

Il problema è che spesso non sappiamo come fare, perché magari non siamo artisti (o non sappiamo di esserlo!) e usiamo gli strumenti sbagliati.
Il nostro cervello è formato da due emisferi, adibiti a compiti ben diversi, e di fronte alla sofferenza, spesso rimaniamo ancorati al funzionamento del nostro emisfero sinistro, ovvero quello che si ragiona attraverso la raionalità. Cerchiamo spiegazioni logiche, creiamo progetti rigidi e pianificazioni mentali estenuanti per "uscire" da quella situazione.
Ma la logica non sempre è utile per curare l'anima.
Come sarebbe se provassimo a interpellare l’emisfero destro, quello dell'intuizione, del corpo, dei simboli? Lasciarci la libertà di creare, esprimere e improvvisare non significa ignorare il problema, ma dargli una voce nuova, offrirgli un terreno su cui potersi esprimere e su cui far fiorire nuove piante.

Una semplice pratica espressiva

Se in questo periodo senti una frustrazione o un dolore, una sofferenza o di essere bloccat*, prova a fare questo piccolo esperimento di "attivazione" dell'emisfero destro:
Prendi carta e colori (vanno bene anche una penna biro e un tovagliolo di carta se non hai altro).
Chiudi gli occhi per tre respiri profondi.
Porta l'attenzione al corpo: dov'è localizzato quel dolore?
Che forma ha?
Che qualità ha (caldo/freddo, rilassato/contratto, profondo/superficiale…)
Apri gli occhi e, senza pensare, lascia che la mano si muova sul foglio. Non devi fare un bel disegno. Puoi disegnare linee spezzate, scarabocchi furiosi, macchie di colore, forme astratte. Lascia che il dolore esca dalle dita e si appoggi sul foglio.
Guarda il foglio: ora quel dolore è fuori di te e ha una forma.
Guardalo con gentilezza e chiediti: Se questo disegno potesse parlare, che cosa direbbe?

Hai mai provato a trasformare il dolore in un atto creativo? O forse, senza accorgertene, lo fai già quando cucini, quando scrivi un diario, quando curi le piante o canticchi in casa?

Se vuoi partecipare alle attività di gruppo che propongo per imparare a esprimere quello che hai dentro in modo autentico ed espressivo, scrivimi, capiremo insieme quali sono più adatte a te.

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Le estati dell’adolescenza: tra bisogno di libertà e necessità di confini

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Il paradosso del tempo libero